Sousse

Ieri siamo andati a visitare Sousse. Una cittadina di 60.000 abitanti a 13 chilometri da qui. Volevamo andare al Museo archeologico che chiudeva alle 19. Siamo arrivati col taxi davanti al museo che invece era chiuso da un anno. E riaprirà fra un anno ci ha detto un signore gentile dopo il rituale “Bienvenus en Tunisie”. Il tassista, cui abbiamo lasciato 10 dinari invece degli 8 da tassametro (due taxi perché siamo 6), completamente orbo di un occhio ma riconoscente, ci ha detto di scendere attraversando la medina e il souk ma di non accettare alcuna guida e soprattutto “ faites attention à vos poches”. Abbiamo così attraversato una bella Medina e ci siamo imboccati in un souk in cui nessuno ci ha dato particolarmente fastidio.

È curioso notare che c’erano pochissimi turisti e molti tunisini (maschi e femmine) nei vicoli del souk ma che la merce esposta era sempre quella che a noi sembra essere da turisti (borse di pelle, vestiti arabi, mani di Fatima, scarpe da ginnastica firmate, maglie della squadra del Barça col numero 10 e il nome di Messi, cd di musica locale, qualche ferramenta e innumerevoli sacchi di spezie).

Alla fine del souk siamo sbucati vicino al ribat di Sousse e alla grande moschea, appena entro le mura davanti al porto. La moschea era chiusa. Nel ribat siamo entrati pochi minuti prima delle 19.
Il ribat è un castello fortezza costruito nell’8° secolo per un gruppo di “religiosi guerrieri”. Io e Freddy siamo rimasti pigramente seduti su una panchina davanti alla porta di ingresso.

Sopra di noi una palma che lascia cadere ogni tanto dei datteri verdi. Gli altri sono saliti fin sulla torre. All’interno del cortile ci sono tante celle per i monaci e al primo piano una grande sala di preghiera con una nicchia rivolta a Est.

Dalla torre si vede un bel panorama della medina e della moschea.

Dopo la visita abbiamo preso un taxi grande per farci portare al ristorante Tip Top che si trova sulla Corniche. Attraversiamo una parte di città moderna e orrenda, come la sterminata periferia che separa Sousse da El Kantawi: negozi, bar per soli uomini gelaterie. Tra le cose anonime spicca una bella palazzina di tre piani, la “Casa del gelato”, scritto in italiano. Dalle strade anonime usciamo finalmente sulla corniche. Nessun panorama particolare perché dalla parte del mare c’è una serie infinita di grandi alberghi a 5 stelle che guardano (loro sì) direttamente sul mare. Il tassista (che si offre di portarci a vedere le città interne per somme non bassissime) ci sbarca davanti a una gelateria: “voilà votre restaurant “. “Ma è una gelateria!” “Sì, è cambiata la gestione, ma il Tip top era proprio qui". Per fortuna lì accanto c’è l’Albatros, anch’esso segnalato dalla nostra guida. Andiamo all’Albatros dove mangiamo benissimo (“vous avez mangé vraiment à la tunisienne”): tajine di pollo e coucha d’agneau. la tajine, cotta nell'omonimo "tigìn" è eccellente. Per la coucha arrivano molti piatti e poi un vaso di cottura da cui la cameriera fa uscire insieme salsa, verdure e pezzi di agnello. 
Torniamo con due taxi in porto alle 10.30. Ci costa da tassametro meno dell’andata. Il nostro tassista è simpatico e ha un bel viso intelligente e ironico. Ci accoglie serio dicendo “il fait froid n’est-ce pas?” e poi sorride fra sé. Ci spiega che l’11 comicerà il Ramadam ma che i turisti troveranno da mangiare anche a mezzogiorno. Finalmente capiamo che ogni anno il Ramadam anticipa di 10 giorni e ogni 30 anni torna alla data iniziale. Ci sarà meno gente per le strade, ci dice il taxista, come dire: sarà più comodo per voi. Ci spiega che le targhe gialle delle macchine che si vedono ovunque sono algerine. Gli algerini vengono a fare vacanze in Tunisia perché qui è più tranquillo. Anche i libici vengono in vacanza in Tunisia. “I prezzi in Tunisia sono più alti dei loro?” “Sì, ma loro hanno il petrolio: noi tunisini abbiamo solo il turismo: 12 mesi l’anno. I turisti dell’Europa del Nord vengono anche d’inverno perché qui in pieno inverno ci sono minimo 10 gradi: noi abbiamo freddo ma loro no”. Poi ci spiega che la Tunisia non ha petrolio e quindi non ha niente da temere dagli americani e dagli inglesi che cercano solo il petrolio e fanno la guerra ai paesi che lo posseggono: Iraq, Iran, Afganistan, Algeria, Libia…” io provo a dire che in Algeria scavano anche gli italiani che non fanno la guerra. Lui ci chiede se siamo spagnoli (evidentemente il mio francese non è tale da fargli credere che noi possiamo essere francesci), poi capisce che siamo italiani e cambia discorso. Lui ha imparato molte lingue facendo il tassista: Italiano, inglese, spagnolo e anche tedesco. Dopo un quarto d’ora di coda quasi continua siamo arrivati a El Kantawi. Ci fa scendere vicino all’ingresso del Luna Park che sta davanti al marina. Ci fermiamo a guardare in alto delle persone che urlano appese a testa in giù da una specie di fungo che ruota in tutte le direzioni possibili. Urlano tanto che a nessuno viene voglia di provare. E poi, sono ormai le 11, dobbiamo iniziare il campionato di scopone: “non c’è un minuto da perdere”, avrebbe detto Jack.

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