Il Signor Faouzi è di Kairouan, la città santa da cui è partita la conversione musulmana del Magreb. Dice che è una bellissima città e che noi abbiamo visto solo poche cose (l’anno scorso): la moschea e poco altro. È vero ma c’erano 44 gradi e si faceva molta fatica a scendere dal pulmino con l’aria condizionata. Ricordo la moschea e delle grandissime cisterne d’acqua a cielo aperto medioevali: una specie di piccoli laghi artificiali circondati da un muretto di pietra. Testimoni del fatto che c’era un problema d’acqua anche allora ma che soprattutto c’era un’edilizia civile molto attiva.
Con Eileen e Giulia abbiamo fatto due passi per il marina, la parte oltre il ponte che è la più affollata e rumorosa. C’era pienissimo di gente seduta ai tanti caffè, la gran parte erano tunisini: giovani e famiglie. La cosa che mi ha sorpreso (anche l’anno scorso) è che i bambini anche piccolissimi giocano fra loro fino alle 2 di notte, sotto gli occhi dei genitori, senza che nessuno pensi di portarli a dormire (e senza che si addormentino loro stessi). L’anno scorso ho visto che quando tramonta il sole nessuno si muove dalle spiagge e restano lì a giocare e fare il bagno (parlare, immagino anche mangiare) come se niente fosse fin verso le 11. Questo nella riviera romagnola (madre di tutte le riviere) non si è mai visto e le madri portano a casa i bambini molto prima che tramonti il sole. Qui no. Nemmeno dalla piscina che c’è dietro il nostro posto barca nessuno se ne è andato prima di mezzanotte ieri sera e un bambinetto piccolo ha continuato a urlare e essere rimproverato dal padre e piagnucolare (oh, papa… oh, papa…) dalle 5del pomeriggio a che sono arrivate Giulia e Eileen.
Anche le navi dei pirati piene di turisti non si sono ancora viste dalle parti di Rimini.
| Il Corsaro II |
Ieri ho sistemato un po’ di cose a bordo. Al momento la situazione è questa: il motore della barca è fermo perché Adel ha smontato due filtri per cercarli oggi (non so dove), il motorino del tender è bloccato (“ci penso io domani, o sabato” ha detto Adel) e questa mattina si è fermato (orrore!) il frigorifero. Sono incerto se chiamare Adel e sentirmi dire che ci pensa lui o se chiedere al Marina se c’è in giro un frigorista. Per il resto tutto bene: siamo attaccati alla corrente elettrica in banchina e dopo un gran lavoro di raccordo di tubi e boccole (e l’intervento risolutore di Adel) anche all’acqua. Mi vergogno un po’, ma in un paio d’ore non sono riuscito a far entrare una boccola in bronzo di 20 mm di diametro nel nostro tubo di gomma di 12 mm. Ho provato ad allargarla con dei cunei e dilatarla con il calore della fiamma, niente. Mi ero già convinto che c’è un limite fisico anche all’elasticità degli elastomeri (frutto questa certezza delle mie recenti letture di storia della scienza: i bellissimi DVD allegati all’Espresso). O per la forza elettronucleare debole o per l’elettronucleare forte, non sarei mai riuscito a infilare una boccola da 20 in un tubo da 12. Mi restava da risolvere un classico dubbio da consumatore razionale: era meglio comprare una boccola più piccola o una canna più larga? Poi è arrivato Adel, ha quasi sciolto sul fuoco la canna dell’acqua e l’ha infilata nella boccola. Chissà quale legge della fisica è riuscito a violare…
Riflessione: mi ricordo che anche nella Jugoslavia degli anni 70 era così: non c’erano mai pezzi di ricambio e tutto veniva in qualche modo arrangiato da bravi artigiani locali. Anche per le auto, con sedute psico-meccaniche nelle diverse officine del paese, dove ti vulcanizzavano una gomma seduta stante e ti sistemavano a martellate tutto il resto. Quando nei primi 80, al ristorante ci mettevi 3 ore a mangiare i datteri alla buzara e nei supermarket non si trovava più né il mastice per la gomma né il miele jugoslavo, ho deciso di lasciare quel ridente paese (che poi ho ritrovato via mare sotto il nome di Repubblica della Croazia: più privato, più caro ma anche un po’ più efficiente) per veleggiare altrove. La Tunisia è molto più efficiente della Jugoslavia di allora, più professionale, meno burocratica (polizia e dogana a parte) e più cara.
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