Pratiche di entrata


Ore 16. In porto a Kelibia, ormeggiati in quarta fila, sale prima un funzionario di polizia che compila alcuni piccoli visti e vuole sapere il mestiere di ciascuno (compreso i bambini che vengono registrati come studenti) e ritira i passaporti. Poi due della dogana che compilano una serie molto lunga di documenti con notizie sulla barca, sull'equipaggio, sugli apparecchi elettronici fissi e portatili, sugli alcoolici, sulle sigarette, ecc. gli offriamo succo d'arancia. nemmeno in Turchia 10 anni fa avevo avuto una visita a bordo con apertura dei gavoni. Per fortuna sono molto gentili. Avrebbero gradito del caffè lavazza, ma non ne abbiamo (ho solo del caffè solubile che il doganiere con disprezzo mi dice esserci anche in Tunisia). Ci restituiscono i passaporti. Più tardi passerà la Capitaneria di porto. Ci facciamo una doccia sul molo. Un ragazzo tunisino con un basco nero e la barbetta rada che aiuta negli ormeggi mi avvicina e mi chiede se capisco il francese. Io rispondo di sì e lui mi sussurra che "il faut respecter la religion" e che mia nipote dovrebbe mettersi qualcosa sopra il bikini."Mi chiamo Che Guevara, aggiunge, "e sono amico di tutti ma vi ho voluto dare un consiglio". Lo ringrazio e andiamo a vestirci. Una signora francese in serata ci spiega che i tunisini sono molto gentili "mais n'aiment pas les cuisse à l'aire..."

In serata andiamo in città. Aspettiamo a lungo un taxi sulla strada principale fuori dal porto. Il tassista ci porta a cambiare denaro da un amico che vende elettrodomestici (93 dinar per 50 Euro, non sappiamo se sia un buon cambio). Per verificare il cambio ufficiale provo a prelevare con la Visa ma sbaglio il codice e la banca me la trattiene (tonner de Brest!). Il tassista ci consiglia una trattoriola in cui stanno cuocendo polli allo spiedo, ma non ci convince. Visitiamo un mercato della frutta ancora aperto. Moltissima gente per strada: è sabato sera. Ragazze con velo, ragazze senza velo, ragazze piuttosto scollacciate mescolate fra loro. Ci indicano un altro ristorante: "la pension Anis". Intanto facciamo un giro per la vecchia medina. L'atmosfera è, ovviamente, da città araba: nella medina ci sono caffè strapieni di uomini che fumano il narghilè. Moltissimi motorini con una cassetta di plastica attaccata sul portapacchi: a bordo una, due, tre persone, anche un bambino piccolo nella cassetta. Quest'atmosfera esotica e délabrée che a noi incuriosisce, deprime i nipotini di Francoforte. Al ristorante (dove si mangia bene) hanno gli occhi lucidi. Per rincuorarli telefoniamo al padre, commettendo un errore imperdonabile. A sentire la sua voce gli occhi lucidi si trasformano in singhiozzi irrefrenabili. Ci consoliamo pensando che è successo così anche a Catania all'inizio di un altro viaggio qualche anno fa. Alla fine della cena aspettiamo inutilmente un taxi chiamato al telefono. Ne fermiamo uno per strada. Torniamo in porto. Gli animi si sono già ripresi (forse per l'effetto della puzza di pesce). Dormiamo bene.

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